CULTURA

Amelia Rosselli «Il filtro dell’incoscienza»

disegno di Emanuele Dragone

11 febbraio 1996. 
È domenica e in via del Corallo, da una piccola finestra affacciata sui tetti di piazza Navona, La libellula apre le ali per l’ultimo volo; la sequenza finale di un raro e preziosissimo talento che, vittima di un destino cieco, non le consente più di tornare indietro. Amelia Rosselli, classe 1930, ha avuto il merito, nel panorama del Novecento italiano, di elaborare una poesia che svuota ogni logica stilistica ben confezionata, sventrandola e scardinando l’accademismo a favore di una brillante illuminazione, consacrandosi ad una assoluta singolarità rispetto ai modelli della tradizione italiana. La sua storia e la sua opera sono la prassi di una contraddizione tra l’assoluta necessità di fare poesia e il suo essere “parziale”, imperfetta, eppure indispensabile. La musicalità, il ritmo, il suono, la contaminazione delle lingue, la ricerca di nuovi sensi da comunicare, sono elementi imprescindibili e necessari alla ricostruzione di quel sé perduto e tanto agognato e alla riappacificazione con il proprio passato. Ha pensato la scrittura poetica come la ricerca dell'assente; e, tramite la parola, strumento di questa ricerca, ha dato vita a una scrittura residuale, fatti dei detriti di un corpo in frantumi. E, attraverso questa frammentazione fisica, linguistica e identitaria, la poesia le ha permesso una disseminazione del senso e comunicare è diventato l’equivalente dell'”espulsione” dei resti di quel corpo lacerato da un passato e un presente a tratti violento. La parola si fa concreta, la poesia diventa oggetto e corpo, tramite il quale esplorare e affrontare la realtà, le lacerazioni, i dolori e i mostri passati e quotidiani. Corpo e linguaggio divengono l’unico mezzo di percezione ed espletazione del mondo: è grazie alla partecipazione fisica e carnale che, infatti, riusciamo a percepirlo e descriverlo con il linguaggio. Malattia, corpo e ferita, messe continuamente sotto assedio da una realtà bieca e indolente, traslocano in una sintassi esplosiva che si costruisce attraverso nodi-ritmici e sonori piuttosto che logico-discorsivi. La parola ci giunge pura, condensata, si fa materia pregna di esperienza, schiava del passato, incerta e zoppicante sul futuro. È una poesia ostica, dura ma preziosa: al di là della ricercata sonorità e delle parole in fuga, c’è una scrittura meditata e sorvegliata, a cui affida l’onere, attraverso la dissociazione linguistica, di evocare qualcosa che va oltre la forma. Il testo poetico si protrae all’infinito bucando spazio e tempo, scivola nella deriva di un ritmo spezzato, stretto, affilato e nell’inesorabile abbandono apparente del senso, sposa l’eterno. Al lettore è richiesto lo sforzo di vagare con lei in questo mondo di incertezze verbali, riflettendo sulla natura illusoria e spesso mendace del processo linguistico: questa scrittura così enigmatica, a tratti isterica, racconta del vuoto e della lacerazione che ci attraversa tutti. La ricerca, l’invenzione e la poesia di questa donna sono testimoni di una vita e di una identità drammatica che, attraverso le parole, sembrano divenire voce concreta capace di attraversare la pagina e di toccare chiunque si avvicini per ascoltarla.
«Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male, la tristezza, le fandonie, l'incoscienza, la pluralità dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni d'ogni male, d'ogni bene, d'ogni battaglia, d'ogni dovere d'ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso il filtro dell'incoscienza.»

di ALESSIA DI PUCCHIO

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